Il timore di deludere gli altri: chi gestisce il mio tempo e valuta la performance?

Tiziana 54 anni

Mi sentivo di vivere con una costante tensione, mi svegliavo con l’affanno delle cose da fare. Cercavo di svolgere al meglio il mio lavoro e tutte le incombenze familiari e quotidiane. Ero io stessa a creare affanno mentale cercando di portarmi avanti e  anticipare gli eventi. Mi sembrava  che se avessi fatto ‘prima’ le cose che ‘mi immaginavo gli altri mi avrebbero chiesto’, non avrei sentito ‘dopo’ nessuna pressione, non avrei dovuto fare i conti con la sensazione di ‘non essere abbastanza performante’ ( il retaggio di termini e processi delle multinazionali ti resta dentro!) . Mi ero fatta un film, il mio film: era come se facendo tutto prima, cercando addirittura di anticipare le aspettative altrui, volessi spianarmi la strada per un’ipotetica quotidianità fatta di tempo solo mio; nessuno sarebbe rimasto deluso dal fatto che non avessi fatto bene qualcosa. Ad un certo punto mi sono accorta che bastava un piccolo fuori programma per mandarmi in crisi, perché metteva a repentaglio il mio tempo. Perché ero già troppo caricata di incombenze. E mi sentivo in colpa per non essere abbastanza brava a fare anche quella cosa li. Nello specifico è stata una telefonata di un’amica che mi chiedeva di accompagnarla per alcune ricerche di mobili per la sua casa che mi ha fatta crollare. Per fortuna proprio in quel periodo ero in contatto con Laura che mi ha proposto di incontrarci per valutare se un percorso di counseling potesse essere una risposta. Ho deciso di ricominciare. In questo viaggio di benessere ho imparato che il mio assillo era il timore di deludere gli altri, un bisogno dentro di me di voler fare tutto, bene e subito. E d’altra parte questo  si scontrava con il tempo che poi mancava, e a cui non riuscivo ad attribuire un valore perché tutto diventava per me necessario e prioritario. Quindi performance e tempo erano diventati i miei incubi non solo notturni. Ho imparato invece a dare una priorità alle cose, a dire dei no, giustificandoli in modo molto sincero ma fermo, senza sentire che avrei dovuto o avrei potuto fare comunque qualcosa (per aiutare, per consigliare, per mostrare che sono una bella e brava persona). Durante il percorso mi sono meravigliata della mia fragilità, mi sono lasciata andare all’espressione di  emozioni e riflessioni su me stessa che non mi ero  permessa fino ad allora.  E’ stato come aprire  dei cassetti mai aperti. Crea un po’ di sofferenza all’inizio, penso che sia inevitabile. Se deve entrare nuova energia ‘prima bisogna pulire i filtri’. Ho imparato a ‘vedere’ il mio centro, e ogni volta ripartire da li per prendere decisioni, per gestire situazioni di conflitto o problematiche lavorative. Adesso sembra semplice, all’inizio era come se avessi in testa una grossa matassa aggrovigliata. Ho tenuto un diario, nel primo periodo, segnando concetti e parole chiave nel momento in cui provavo un malessere o capivo che dentro la mia testa e il mio corpo stava succedendo qualcosa. Mi ha aiutata a cogliere e trasformare i segnali, mettere nero su bianco i miei punti deboli ed affrontarli. Ho applicato il respiro. Non sono costante in questo però mi ha aiutata. Tutte le mie relazioni ne hanno beneficiato, soprattutto la mia famiglia. Vorrei dire al lettore che è inizialmente un percorso professionale di aiuto, per me è diventato un modo di essere e una pratica che va allenata, dovremmo imparare tutti. Bisogna partire dalle fondamenta, dalle risorse presenti in noi senza aver paura di metterci in discussione, se cambiamo e miglioriamo, cambia anche la qualità della nostra vita e di chi ci sta intorno.

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